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Giovedì, 26 Marzo 2026 10:16

Inclusion Body Disease: una presenza silenziosa negli allevamenti europei In evidenza

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Inclusion Body Disease: una presenza silenziosa negli allevamenti europei © Patrick K. Campbell, Shutterstock

Diffusione sottostimata, portatori asintomatici e nuove possibilità diagnostiche: perché il testing sta diventando uno standard necessario.
Nel mondo dell’erpetofilia amatoriale e professionale, l’Inclusion Body Disease (IBD) è emersa come una delle patologie più preoccupanti degli ultimi anni. Conosciuta da decenni, questa malattia virale ha a lungo generato incertezze diagnostiche ed interpretative, ma oggi rappresenta una criticità sanitaria primaria negli allevamenti di serpenti.

Oggi, però, il quadro è più chiaro: grazie alle moderne tecniche di biologia molecolare, è chiaro che la causa è un gruppo di virus noti come Reptarenavirus, smentendo l’ipotesi precedente di un Retrovirus. Il nome della patologia deriva dalle caratteristiche inclusioni citoplasmatiche visibili al microscopio nelle cellule infette, usate per anni come criterio diagnostico principale. Ma proprio questo approccio ha contribuito a sottostimare la diffusione reale della malattia.
Molti animali, infatti, possono rimanere infetti a lungo senza sviluppare alterazioni evidenti. Il risultato? Una trasmissione silenziosa, difficile da intercettare.

Boa e pitoni: due risposte, un unico rischio

Uno degli aspetti più insidiosi dell’IBD è la variabilità tra specie. Una differenza che, negli allevamenti misti, complica enormemente il controllo dell’infezione.
Nei Boa constrictor, il virus può persistere per lunghi periodi senza causare sintomi evidenti. Questo li porta ad essere potenziali portatori cronici in grado di diffondere l’infezione ad altri serpenti.
Al contrario, nei pitoni —specialmente P. regius e P. molurus — la malattia evolve rapidamente. L’infezione acuisce in settimane, con coinvolgimento neurologico grave e decorso fatale.
Chang e Jacobson descrivono questa dicotomia: boa come reservoir, pitoni come sentinella. Negli allevamenti promiscui, questo si traduce in un vero e proprio effetto domino. Silenzioso, ma devastante.


Python regius

Sintomi: quando la malattia diventa evidente

Le fasi precoci dell’IBD presentano segni clinici aspecifici, mimando disturbi comuni: anoressia, dimagrimento progressivo, rigurgito post-pasto frequente, letargia e disecdisi.
Con l’avanzare della malattia, soprattutto nei pitoni, compaiono segni neurologici più evidenti: disorientamento, stargazing, tremori, iperriflessia, convulsioni e paresi. Questa componente neurologica è uno degli elementi distintivi della malattia e, nella maggior parte dei casi, indica una prognosi sfavorevole.

Trasmissione: un nemico che viaggia nascosto

La forza dell’IBD è la sua capacità di diffondersi senza essere vista.
Il virus può essere trasmesso attraverso contatto diretto tra animali, fluidi biologici o strumenti contaminati.
Un ruolo importante è attribuito anche all’acaro ematofago Ophionyssus natricis, frequente nelle collezioni di serpenti. Questo parassita può agire come vettore meccanico, facilitando la diffusione del virus anche tra animali che non entrano in contatto diretto.
Non sorprende quindi che questa dinamica abbia un impatto evidente anche su scala più ampia.

La situazione in Europa e il riflesso italiano

I dati europei parlano chiaro: l’IBD non è affatto rara. Studi condotti su collezioni in cattività hanno evidenziato prevalenze superiori al 15%, con picchi che superano il 30% nei Boa constrictor.
In Italia, i dati ufficiali sono limitati. Tuttavia, la percezione tra veterinari e allevatori è inequivocabile: non si tratta più di un’eccezione. La mancanza di un sistema strutturato di monitoraggio rende difficile quantificare con precisione l’incidenza della malattia.
Questa maggiore “visibilità” non deriva necessariamente da un aumento reale dei contagi, ma da due fattori chiave: una diagnostica più avanzata e una crescente movimentazione di animali.
L’introduzione dei test molecolari (PCR) ha cambiato radicalmente lo scenario. Oggi è possibile individuare anche soggetti asintomatici, che in passato sarebbero passati inosservati.
Allo stesso tempo, la globalizzazione del mercato dei rettili accelera il problema. Scambi internazionali, fiere e commercio tra allevatori facilitano la circolazione di patogeni.

Nessuna cura, solo prevenzione

Attualmente non esiste una terapia efficace contro l’IBD. La prevenzione non è un’opzione: è l’unica arma disponibile.
Le buone pratiche sono chiare: una quarantena di almeno 90 giorni per i nuovi arrivi, test iniziali e finali, controllo mensile degli acari, evitare la coabitazione boa-pitoni e screening annuale per gli adulti.
Ma il vero passo avanti è culturale. Il settore deve passare da un approccio reattivo a uno preventivo.
In un ambiente sempre più interconnesso, il testing non è solo uno strumento sanitario, ma di trasparenza. Certificazioni “IBD-negative” aumentano la fiducia tra venditori e acquirenti. Nelle fiere, stand dedicati ai testati e dichiarazioni volontarie potrebbero limitare significativamente i rischi.

Testare non significa creare allarmismo, significa conoscere, valutare e gestire.
Ogni animale non testato è un’incognita.
Ogni animale testato è una certezza in più.

È da qui che passa il futuro dell’allevamento responsabile: dalla consapevolezza, prima ancora che dalla cura.

 


Fonti

Alfaro-Alarcón, A., Hetzel, U., Smura, T., Baggio, F., Morales, J. A., Kipar, A., Hepojoki, J. (2022). Boid Inclusion Body Disease Is Also a Disease of Wild Boa Constrictors. Microbiology Spectrum, 10(5), e01705-22. https://doi.org/10.1128/spectrum.01705-22

Chang, L., Fu, D., Stenglein, M. D., Hernandez, J.A., DeRisi J.L., Jacobson, E.R. (2016). Detection and prevalence of boid inclusion body disease in collection of boas and pythons using immunological assays. The Veterinary Journal, 218, 13-18. https://doi.org/10.1016/j.tvjl.2016.10.006

Chang, L.-W., Jacobson, E. R. (2010). Inclusion Body Disease, A Worldwide Infectious Disease of Boid Snakes: A Review. Journal of Exotic Pet Medicine, 19(3), 216–225. https://doi.org/10.1053/j.jepm.2010.07.014

Hetzel, U., Sironen, T., Laurinmäki, P., Liljeroos, L., Patjas, A., Henttonen, H., … Hepojoki, (2013). Isolation, Identification, and Characterization of Novel Arenaviruses, the Etiological Agents of Boid Inclusion Body Disease. Journal of Virology, 87(20), 10918. https://doi.org/10.1128/JVI.01123-13

Simard, J., Marschang, R. E., Leineweber, C., Hellebuyck, T. (2020). Prevalence of inclusion body disease and associated comorbidity in captive collections of boid and pythonid snakes in Belgium. PLOS ONE, 15(3), e0229667. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0229667

Stenglein, M. D., Sanders, C., Kistler, A. L., Ruby, J. G., Franco, J. Y., Reavill, D. R., … DeRisi, L. (2012). Identification, Characterization, and In Vitro Culture of Highly Divergent Arenaviruses from Boa Constrictors and Annulated Tree Boas: Candidate Etiological Agents for Snake Inclusion Body Disease. MBio, 3(4), e00180-12. https://doi.org/10.1128/mBio.00180-12

Wozniak, E. J., DeNardo, D. F. (2000). The Biology, Clinical Significance and Control of the Common Snake Mite, Ophionyssus natricis, in Captive Reptiles. Journal of Herpetological Medicine and Surgery, 10(3), 4–10. https://doi.org/10.5818/1529-9651-10.3.4

Letto 282 volte Ultima modifica il Giovedì, 26 Marzo 2026 16:43
Gaia Montini

Laureata in Animal Care presso l’Università di Padova e diplomata al master in Riabilitazione Veterinaria a all'Università di Teramo, con l’obiettivo di applicare queste competenze anche alle specie esotiche.

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